“Mamma, perché per me la scuola è così difficile?”

Cosa sono i DSA, riconoscerli e affrontarli

Di Laura Della Badia

Se tuo figlio fatica a leggere, scrivere o fare operazioni, la prima cosa da fare è osservare: spesso non si tratta di pigrizia né di un problema di intelligenza. I DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) sono legati a un neuro funzionamento diverso del cervello, che fa più fatica ad automatizzare i processi automatici. Ne abbiamo parlato con la dott.ssa Eleonora Cigognetti, neuropsicologa specializzata in DSA, che riceve a Milano presso il Centro Medico Welcomed.

Dott.ssa Eleonora Cigognetti, Neuropsicologa specializzata in DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento)

Dott.ssa Eleonora Cigognetti – Neuropsicologa specializzata in DSA (Disturbi specifici dell’apprendimento).

 

Quali sono i DSA e come si presentano?

Tra i Disturbi Specifici di Apprendimento c’è la Dislessia (difficoltà nella lettura), la Disortografia (difficoltà nella scrittura ortograficamente corretta), la Disgrafia (una scrittura lenta e e/o poco leggibile legata alla motricità) e la Discalculia (difficoltà con i numeri e con i calcoli). Questi disturbi si presentano con intensità diverse: in alcuni bambini sono lievi, e quindi facili da compensare, in altri casi invece richiedono un supporto più strutturato. Non si tratta di una malattia da cui si può guarire, ma di una caratteristica, un modo di funzionare con cui si impara a convivere e a usare le strategie giuste.

Ci sono dei campanelli di allarme a cui noi genitori dobbiamo prestare attenzione?

Ci sono dei piccoli segnali che noi genitori possiamo monitorare con attenzione. Già all’età della scuola d’infanzia (4-5 anni) possiamo osservare le cosiddette difficoltà evolutive o “prerequisiti”: attenzione se il bambino mostra un ritardo nel linguaggio, fatica con le rime, non riesce a memorizzare brevi filastrocche o poesie, incontra difficoltà in attività che richiedono coordinazione motoria come Impugnare le matite o infilare le perline.

Con l’inizio della scuola primaria i segnali diventano più evidenti: il bambino potrebbe leggere in modo molto lento, con difficoltà a unire le sillabe, scambiare lettere simili, come ad esempio la b con la d, fare costanti errori di ortografia, saltare le righe o rifiutarsi di fare i compiti.

Cosa fare allora se sospettiamo che ci sia qualcosa che non va?

Il percorso corretto per tutelare tuo figlio segue delle tappe precise. Il primo passo è sempre quello di un colloquio privato e sereno con le insegnanti: confrontatevi su ciò che avete osservato a casa con ciò che accade invece in classe. Se i dubbi persistono o sono condivisi dalle insegnanti, la strada corretta è richiedere una prima valutazione specialistica presso la propria ATS di riferimento (servizio di neuropsichiatria infantile) o presso centri privati accreditati.  Qui un’equipe di professionisti (psicologo, logopedista e neuropsichiatra infantile) guiderà il bambino attraverso piccoli esercizi e prove per capire la natura delle sue difficoltà. Una volta ottenuta la diagnosi, si attiverà un percorso di potenziamento mirato (ad esempio un percorso logopedico o neuropsicologico) e la scuola redigerà un PDP (Piano Didattico Personalizzato) che garantisce al bambino, poiché tutelato dalla legge 170/2010, l’uso di strumenti compensativi (come ad esempio le mappe concettuali o la calcolatrice) e misure dispensative (come ad esempio l’esonero dalla lettura a voce alta in classe o la riduzione degli esercizi), assicurandogli lo stesso punto di partenza dei suoi compagni per apprendere.

 

E se me ne accorgo tardi? Si può intervenire anche durante l’adolescenza?

In Italia, la percentuale di studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) cresce progressivamente lungo i cicli scolastici, raggiungendo il picco nella scuola secondaria di secondo grado (5 % dei frequentanti). Molti ragazzi arrivano alle scuole superiori senza una diagnosi, avendo superato le scuole elementari e medie a prezzo di fatiche immense.

Quando la diagnosi arriva alle scuole superiori, l’intervento non può ricalcare quello che si farebbe con un bambino della scuola primaria. Deve invece sdoppiarsi in due canali sinergici: l’ambito scolastico e l’ambito clinico. A livello scolastico la diagnosi attiva immediatamente la tutela della legge 170/2010 e la stesura del piano didattico personalizzato (PDP). Per un adolescente, il PDP non deve essere vissuto come una “facilitazione”, ma come un piano di parità. Gli strumenti compensativi devono guardare alla tecnologia digitale (sintesi vocale, software di annotazione, calcolatrici avanzate e mappe concettuali digitali). Le misure dispensative devono invece proteggerlo dal sovraccarico, ad esempio riducendo il materiale di studio o concedendo tempi aggiuntivi durante le verifiche. In ambito clinico, invece, il trattamento non punta più all’automatizzazione dei processi di lettura, scrittura o calcolo (obiettivi ormai anacronistici a questa età) ma si focalizza sulla metacognizione e sull’efficacia del metodo di studio. Il clinico supporta il ragazzo nell’individuare i propri canali di apprendimento preferenziali e lo guida nell’uso critico degli strumenti digitali. Un pilastro insostituibile della riabilitazione tardiva è, inoltre, il supporto psicologico, fondamentale per aiutare l’adolescente a risignificare il proprio passato scolastico e ad abbattere il senso di colpa.

Come viene condizionato il percorso scolastico?

Una diagnosi non formulata, o che giunge tardivamente, condiziona la carriera scolastica e la costruzione dell’identità dell’adolescente. Per anni, lo studente sperimenta una discrepanza dolorosa: si percepisce intelligente e curioso, eppure colleziona insuccessi o fatiche.

Senza la bussola di una diagnosi formale, il ragazzo tende ad attribuire queste difficoltà a una propria mancanza di capacità (“sono stupido”) o a interiorizzare i giudizi degli adulti (“sei svogliato”). Questo cortocircuito cognitivo ed emotivo apre la strada a sintomi ansiosi, deflessione dell’umore, ritiro sociale ed condotte di evitamento (ad esempio saltare i giorni dei compiti in classe), fenomeni di mimetismo funzionale in cui il ragazzo preferisce prendere un brutto voto pur di non utilizzare uno strumento compensativo che lo farebbe sentire “diverso” davanti alla classe, così come il più temuto abbandono scolastico precoce o la scelta di percorsi di studio della scuola secondaria fortemente sottodimensionati rispetto al reale potenziale intellettivo del ragazzo.

 

A volte però ci sentiamo dire “se fosse più motivato”…

Dal punto di vista psicologico, la motivazione non è una spinta innata, ma si alimenta del senso di auto efficacia, ovvero della convinzione interna di possedere gli strumenti per riuscire a farcela. I ragazzi con DSA che non hanno ricevuto tutele corrette sperimentano l’ “impotenza appresa”: si convincono cioè che, a prescindere dal livello del loro impegno, il risultato sarà comunque fallimentare. La diagnosi, seppur tardiva, spezza questo circolo vizioso perché permette a un adolescente di utilizzare i giusti strumenti compensativi e questo significa restituirgli la possibilità di gestire il suo successo. La motivazione si sposta così da estrinseca (studiare per evitare il rimprovero o il brutto voto) a intrinseca (studiare per il piacere di capire e di autodeterminarsi).

 

Come può reagire emotivamente un bambino in questa situazione?

Quando un bambino si impegna al massimo ma vede i suoi compagni finire prima e meglio di lui, ottenere risultati migliori, si sente inevitabilmente sbagliato, stupido o inferiore. Questo senso di frustrazione può trasformarsi in ferite invisibili: ansia da prestazione, somatizzazioni (come ad esempio i mal di pancia mattutini prima di andare a scuola), scatti di rabbia o isolamento. Ecco perché la diagnosi non deve far paura: non è un’etichetta che lo segna, ma per loro spesso è una grandissima liberazione. Sapere infatti che esiste un nome per la sua fatica permette al bambino di capire che non è colpa sua e che non è svogliato. Il nostro compito di genitori è quindi di proteggere la sua autostima, di saper valorizzare i suoi punti di forza al di là della scuola, e ricordargli che ogni giorno che il suo valore come persona non dipenderà mai da un voto sul quaderno.

 

Welcomed

Milano Porta Romana: via F. Burlamacchi 1A e via Lodovico Muratori, 32

Milano S. Ambrogio: via degli Olivetani 2A

 

 

 

Contatti

MilanoMOMS srl
Via Giacomo Boni, 26 – 20144 Milano
P.IVA 09027230961

Milano MOMS è una testata registrata al Tribunale di Milano n. 171 del 14 05 2014. Iscrizione al ROC n. 25568

Direttore responsabile:
LAURA DELLA BADIA
[email protected]

Redazione:
[email protected]

Progetto grafico e direzione artistica:
GAIA AVALLONE
[email protected]

Marketing e pubblicità:
[email protected]


Social