La nuova frizzante rubrica per vivere con ironia e buonumore il nostro essere donne e mamme.

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di Stefania Nascimbeni

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A 8 anni mia madre mi chiese se mi piacevano i bambini, se da grande volevo avere figli, ma le risposi che preferivo i cani. Così, preoccupatissima, spedì i miei peluches in soffitta per fare spazio alle Camille, al Cicciobello, alle Barbie. Mia madre è la classica dea del focolare anni Cinquanta, moglie geisha, madre apprensiva, con il ciuffo biondo alla Carrà da che ho memoria: era inaccettabile che la sua unica figlia non desiderasse cambiare pannolini fin dalla terza elementare.

Quando scoprì la testa mozzata di Ken nel reparto verdure del nostro frigo, accanto al minestrone, dovette ammettere che il mio istinto materno era peggio di uno scolapasta. Non seppe che inventarsi pur di tirarmelo fuori e pensò bene di affidarmi delle piccole creature innocenti, tanto per smuovere qualcosa. A tredici anni mi comprò due tartarughe marine, Romeo e Giulietta, che un giorno trovai spremute contro lo stipite della porta, probabilmente fuggite dello stagno putrefatto che era diventata la loro vaschetta, di certo non morte suicide per amore. In seguito ci riprovò col canarino, più o meno finito nello stesso modo, e a diciotto mi prese un cane meticcio più mordace di un cucciolo di Puma. Ma questi se la cavò meglio degli altri, campando almeno una decina d’anni. 

A 28 anni, dopo avermi fatto una capa così sul matrimonio – ça va sens dire –  sentii il richiamo della navata e, finalmente, mi detti alla riproduzione, salvo separarmi dopo appena quattro anni, tipo che è durato di più il mio ultimo contratto telefonico!

Nella fretta non avevo considerato che il mio ex marito e io, insieme, eravamo più sbagliati dell’ultima tinta di Mario Balotelli, ma grazie alla tragica disfatta nacque il vero miracolo, la mia meravigliosa progenie.

Mi rode ammetterlo, ma diventare  mamma è la cosa migliore che abbia mai fatto. Lo dico con cognizione di causa, nonostante le dodici ore di travaglio di un parto pretermine la prima volta e un parto indotto con due settimane di ritardo (e nascitura di quattro chili) la seconda: entrambi naturali. Tra parentesi l’ultima volta, accompagnata da un marito nuovo di zecca. Ma questo è quello buono!

No, non mi sono convertita nella genitrice del Mulino Bianco, non ho ancora imparato a stirare pigiamini o arrivare puntuale a scuola e non faccio che prendere note sul diario (avete capito bene!) e continuo a detestare i compleanni dei bambini, dimentico la borsa della spesa al supermercato otto volte su dieci, permetto a mio figlio di fare colazione con gli Ovetti Kinder e adoro il fatto che alla mia bambina di tre mesi puzzino i piedi di formaggio Bitta, mi faccio fare l’albero di Natale dalla babysitter, ogni primo dell’anno smetto di bere e di fumare e ricomincio il due, non ho mai preparato una torta in vita mia, giusto un tentativo di Muffin una volta, venuti peggio del Gorgonzola intinto nel caffè latte la mattina, e nel cassetto del comò ho delle cartelle esattoriali che gridano pietà; infine, ma non so dire se sia un bene o un male, ho insegnato a mio figlio che l’amore non ha sesso, età, colore e nessun limite quando aveva appena tre anni e adesso sembra lui l’alieno in un mondo di pazzi psicopatici. Con Sara farò uguale.

Certo, quando hai due figli la vita ti mette a testa ingiù – oddio, allora mi raddrizzo? – ma dell’arrivo dei secondogeniti vi racconto nel prossimo numero…